Adriano D'Aloia Opere

 

Copertina del libro di D'Aloia

Con la silloge Di terra in aria (pubblicata nel 2008 da Interlinea grazie al contributo del concorso), Adriano D'Aloia ha vinto nel 2007 il primo premio della sezione Poesia.

Non chiedete a questo poeta d’esser facile, seducente. Chiedete piuttosto che mito, che storia, che verticale dei volti e dei fatti ritrova con le dita della poesia. Chiedetevi dove va a parare questa vicenda di versi tutta intessuta di grande e nudo passato, e di furioso presente. E nel testo inseguite le figure e le controfigure di una faccenda che riguarda esclusivamente l’autore, ma così in profondità da offrirsi come matrice possibile per la lettura della storia di tanti lettori. Detto in altro modo: uno che prende sul serio, maledettamente sul serio, la terra della sua vita e i germogli, così da obbligare qualsiasi lettore a scavare dentro la terra della propria esistenza. Insomma, siamo davanti a un poeta che cerca la propria voce mentre cerca la propria storia, la terra, l’ombra duratura dei profili di cui è tessuto il suo profilo, in una parola: l’eredità.

Non chiedetegli le bolle di sapone dei facili sentimenti. Non chiedete la poesia che ha trovato nel secolo scorso e all’inizio di questo le proprie terribili smentite, la poesia saponetta, la poesia orpello, la poesia in cerca del consenso. La poesia che mette avanti le piume. Qui no. Sentirete un irrigidirsi. Che non è solo il tipico irrigidimento della giovanile baldanza nel momento della prima prova. E che non è solo la prudenza di un movimento tra avvisaglie di difficoltà, di trappole impervie e di distrazioni che con l’esperienza, e la lotta a furia di ferite il poeta imparerà a vincere. No, è anche e soprattutto un rigore. E’ anche, e soprattutto, la ricerca di un favore profondo, di un accordo, se possibile, tra l’ombra che si scopre gigantesca di una storia da cui si proviene, incisa in apparizioni, in memorie baluginanti, in parole, e una presente che febbrile si cerca di decifrare. La ricerca di una unità di destino.

Nel suo percorso narrativo e rabdomante il libro di D’Aloia procede per acquisizioni non pacifiche. Non è una tranquilla risalita. Ma una conquista del senso del presente. E come il presente non è una astrazione – ma tremito di amori, violenza di scoperte, sfaccettature di incontri – così anche il passato non è un’idea, bensì il forte ripresentarsi di figure, di rituali, di emblemi. Così questa poesia, che si presenta asciutta, poco incline alla musica, e quasi scontrosa in certe ruvidità della lingua, compie il suo lavoro senza fare sconti alla vita, ma chiamandola tutta. E se rastremato appare lo stile con cui si dà figura in versi alle occasioni, ai colloqui, alle presenze anche affettivamente più cariche, quel che emerge infine è un disegno dalle tinte fortissime, quasi violente per la luce di necessità che lo investe. Non sta, D’Aloia, disegnando l’ennesimo ghirigoro di un diario sentimentale come molti, troppi poeti della sua generazione vanno compitando. Cerca piuttosto di mordere la pietra, di essere un romanico scalpellino di mestieri e di visioni, come quelli che resero realiste e sognanti le nostre cattedrali.

Il secolo novecentesco ci ha messo in guardia dalla finta opposizione tra biografismo e assenza dell’autore. Troppo persuasiva la voce di Eliot, o d’altra parte del suo amato Baudelaire, vero starter del secolo magnifico e terribile della poesia, o più su verso di noi, troppo forti e trascinanti le voci di Luzi, o dei diversi Caproni o Bonnefoy o di Murray o di Walcott, per presumere che una mera, fintamente avanguardistica scomparsa dell’io, fosse garanzia di una voce libera da diarismo sterile. Non si trattava di quello. Dietro a chiacchiere sulla presenza del pronome “io” nel farsi del testo, si agitava piuttosto una crisi profonda, che riguardava la natura stessa, il contenuto, per così dire, di quel pronome misero e supremo. Da cielo a terra sta l’estensione dell’io. Come soggetto, ma non come padrone della scena. Si tratta – come ha saputo quei poeti fioriti alla fine del secolo in modo mirabile – di procedere a una riacquisizione della coscienza di cosa è: io. Spogliata dei sogni di potenza che si sono trasformati lungo più di un secolo in sogno della scienza, sogni delle ideologie, sogno della politica, e infine sogno della autoanalisi. All’inizio del secolo, si può dire, l’”io” ancora sfugge a tutte le definizioni in vigore nel secolo che ci ha preceduto. Non resta dunque che scavare, a mani nude, con la nuda voce dei movimenti primari – come in Luzi, in Murray, in Walcott –. Un lavoro che non a caso rilancia all’indietro nelle memorie collettive e personalissime. Nella ricerca di quella forza che a un certo punto dice “io” ma che non mi appartiene.

In questa luce di tentativi, di erranza e di sbigottita fiducia, in questa perplessità intesa come movimento che va verso lo scioglimento e non verso la paresi, si muove il libro di D’Aloia. Iniziale, e però segno definitivo di un destino di poeta ormai abbracciato irrimediabilmente. (dalla prefazione di Davide Rondoni)

 

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